La sera le pungeva il naso e le gote, lasciate scoperte dall’ampio cappuccio.

Erika, pelle chiarissima arrossata dall’inverno, stava correndo a comprare gli ultimi regali. Le luci intermittenti delle decorazioni natalizie si mescolavano a quelle dei negozi e dei fanali delle auto.

Le feste erano in arrivo, ma ciò che Erika sentiva, in quei giorni, erano soltanto gli schiamazzi, le preoccupazioni legate al lavoro, il rombo del traffico, una forte tensione nei muscoli del collo, il freddo pungente, e la confusione di voci e rumori.

In una pozzanghera, sul marciapiede, galleggiava un tappo di sughero, tra i riflessi delle luminarie e dei semafori. Anche i pensieri di Erika, come tappi di sughero in uno stagno, galleggiavano nella sua mente, e non vi era modo di affondarli, o di farli andare via.

Levati gli occhi da quella pozzanghera, Erika fu incuriosita da una bottega, la cui insegna, di due parole soltanto, recitava: Strumenti Armonici. Decise di entrare, nella speranza di poter acquistare un regalo esotico o curioso…

La porta si aprì con uno scampanellio. E, una volta che l’ebbe richiusa alle proprie spalle, alla ragazza parve di aver confinato fuori da quella soglia i rumori ed il frastuono.

«Buona sera, la accolse il titolare della bottega».

«Buona… buona sera», rispose Erika, guardandosi attorno. Sugli scaffali, e nelle teche di vetro, tante ciotole color dell’oro stavano esposte. Immobili. Muti recipienti di nulla. Quasi come se, in quel luogo, non si vendessero campane tibetane, bensì il rassicurante vuoto che contenevano.

«Che cosa sono?».

«Oh! – Fece lui – Sarebbe complicatissimo da spiegare. Prenda, ne provi una…». Depose una grossa ciotola, sul bancone, e porse ed Erika un martelletto ricoperto di cuoio.

La ragazza colpì la campana, dalla quale si sprigionarono un tintinnio e una vibrazione soave ed ordinata, che pervase la mano della ragazza, e il braccio, e il collo, e il petto, e la testa, e le gambe fino ai piedi, e il pavimento, e fece risuonare la stanza e tutte le campane che vi erano esposte, e la vetrina della bottega, e il mondo in preda al frastuono del traffico, là fuori, e corse via fino alla periferia della città, e alle pianure illuminate dalla Luna, ai monti innevati, e al mare lontano.

Il suono si estinse, ed Erika trasalì, come da un sogno: «Ne vorrei due. Una è per me. Una la regalerò a mia madre…».

Il titolare della bottega sorrise, e preparò i pacchetti.

Quando Erika uscì dalla bottega, il mondo era ancora lì, con le luci e il traffico rumoroso, con le voci delle persone e il baccano dei clacson.

Nella pozzanghera sul marciapiede, però, il piccolo tappo di sughero era scomparso, ed Erika stava sorridendo.